KAMI.INTANGIBILI ARCHITETTURE DEL SACRO
Marco Aion Mangani
“Architetto” nell’etimo è la fusione dei due termini greci arché (che serve a denotare superiorità, preminenza, eccellenza) e tek-ton (colui che crea).
La parola “architetto” ha in sé dunque, nella radice archetipica, da una parte alcune delle qualifiche prominenti che l’uomo ha da sempre associato alle divinità uraniche, dall’altra quelle del creatore, del poietes.
L’architetto è il Creatore Supremo.
Il luogo è una triade risultante dall’interazione tra contenitore e contenuto, così come tra significante e significato, dove il generato ha lo statuto di “terzo” elemento, quello sacro, qualificante.
Nel profano vi è assenza di questa qualifica, così come di riferimenti estranei al presente definito, sterile, dell’esistenza funzionale. È privo di quel raccontarsi al mito.
Contenitore e contenuto sono uno scambio serrato di elementi, in sé chiusi, autoreferenti, soggettivi, profani dunque: in-differenziati da quelle qualifiche materialistiche di potere e controllo.
Oggettivare significa, in primis, rendere e concedere il diritto all’esistenza:
è una singolarizzazione che genera l’assoluto.
Nel momento in cui si accede ad un luogo, con il giusto intento, si è in qualche modo nel mitico, in una sede, cioè, da cui la in-differenziazione del profano è esclusa in-vece della singolarizzazione ad opera del sacro.
Perché solo riferendosi a modelli mitologici arcaici, primordiali, si entra in contatto con i princìpi originari dell’esistenza,
cessa quella soggettivazione dei significati abdicando il proprio seggio per il mitico, l’elevato, il significante, in un tempo altro, tempo “che fu” o sarà mai stato.
È mediazione, dunque, da e per la funzione intima del sacro, quella che si esplica nelle opere di Kanako Noda, come ad esempio in “Casa Quattro e Mezzo”, nei termini di un dialogo sull’identità, sul suo valore, sui suoi limiti e pregi, sulle sue dis-funzioni e la sua dis-soluzione.
Così anche nei “Small walls”: piccoli appunti sulla separazione, breviari di confini identitari e al contempo vie di fuga, finestre, tramiti.
Diversamente simile l’approccio, forse all’estremo quasi documentaristico, che si ritrova poi in “Joy of Housewifing”, dove la materia emozionale dei ricordi si fa pura forma e colore.
Sa profondamente, oggettivizza quindi, le cose del mondo.
Nella sua ieratica e raffinata poetica l’artista ci conduce in uno spazio in-definito, non asservito ai confini tangibili, stabiliti e materialistico-funzionali del profano:
si rivela nei principi psichici interni, dunque mitici, più che in quelli corporei o limitati al presente finito, all’irreale.
E’ un luogo, quello della Noda, così come quelli che sono ospiti di una teofania, emotivamente mentale.
Un luogo che si proietta in un altrove, spaziale e temporale, cosmogonico.
E, come per tutte le necessarie qualifiche del sacro, vuole, pretende una partecipazione, un tributo di appartenenza.
Chiede di accettare la responsabilità verso lo spirituale.
Una condizione determinata ab origine, ora già troppo dimenticata, nel luogo ontologico-sacrale:
lì, dove presumibilmente si cela il più alto grado (o l’unico) del
reale.
2011

