CRUNE
Sabrina Foschini
Benché i piedi dell’uomo non occupino che un piccolo spazio sulla terra
è grazie a tutto lo spazio che non occupano che l’uomo può camminare sulla terra immensa
Zhuang-zi
La cruna dell’ago, lo spazio vuoto attraverso cui il filo passa per la costruzione di nuove trame e arazzi di Aracne che sfidano gli dei, il luogo mistico, la soglia impossibile dei paradossi religiosi, d’improbabili cammelli in felici errori di traduzione, il paragone in terra della porta dei cieli.
“Occhio dell’ago” la chiamano gli inglesi, da dove passano le storie e i racconti del filo, ma è anche metafora del centro del bersaglio colpito dalla freccia della gugliata.
La scelta d’intitolare la mostra ad un vuoto circoscritto ad un lago d’aria, è quella di esaltare il senso del non detto, del non fatto, della trascurata assenza che non è mancanza, carenza, ma concreta astrazione, luogo attraverso cui opera il pieno, matrice fertile del suo disegno e della sua posizione, parte che lavora per sottrazione, che impiega uno spazio maggiore di mondo.
Ma se per la parola vuoto l’etimologia è complessa e ancora i linguisti gli attribuiscono madri popolari di tutti gli accenti, il nome di cruna deriva in linea diretta da corona, gioiello regale che si usa anche per indicare la chierica e cioè la lacuna tonda di capelli che è nel suo segno, impluvio della cupola, occhio della volta, punto sensibile di un edificio, apertura verso il cielo. A partire dalla tonsura egizia fino alla consuetudine monastica, la chierica ha rappresentato una porta d’accesso con il mondo celeste, un passaggio vuoto attraverso cui far affluire il soffio dello spirito, una mancanza che si fa fonte.
Proprio da una testa muove la costruzione della grande installazione di Beatrice Pasquali, De Ludo Geometrico che prende il nome da un trattato inedito di Leonardo e Luca Pacioli. L’opera è appunto dedicata a questo sodalizio col grande matematico rinascimentale, per il quale il genio “sanza lettere” aveva già illustrato il De divina proportione, libro di geometria incentrato sulla “sezione aurea”.
Una testa sospesa e pensante, slacciata dal corpo, dalla quale i pensieri si diramano e proiettano strutture geometriche, dodecaedri arancioni coagulatisi sulla parete, parallelepipedi giganti in un rapporto di proporzioni serrato col bianco. E’ il numero che popola lo spazio, lo colonizza attraverso i suoi ritmi e precetti, lavorandone il nucleo per mezzo del vuoto. Da sempre per la colta artista veronese, anche il disegno dell’uomo è traslato dalla scienza, l’esperienza del corpo è mentale e matematica.
Ma del resto, già ai tempi in cui la scienza era imparentata con la magia e con il divino, erano i numeri a governare, e secondo la cabala i 613 precetti della Torah si dipartivano in 248 positivi, quante le membra del corpo umano e in 365 negativi, come i giorni dell’anno.
In questa installazione della Pasquali, i pensieri, i calcoli disegnati in perfetti diademi geometrici, nascono dalla mente, ma le si affrancano per diventare formule concrete di astrazione, numeri disegnati ad arte, cittadelle della memoria su cui edificare nuovi postulati.
Ed è ancora una volta un’eco benigna a fare del binomio che compone CRUNE, un palcoscenico di felici coincidenze, dato che la lunga serie di opere presentate da Kanako Noda, è intitolata Struttura della memoria, accentrando nell’intenzione, la geometria e il pensiero e le misteriose architetture del cervello.
Gli arazzi di carta di riso della giovane artista giapponese, sono dei silenziosi tappeti musicali, grafici dove il ritmo del vuoto è spezzato dalla congiunzione colorata dei singoli elementi. La colla evidenziata dal pigmento segna il momento dell’acquisizione, della somma, e crea una sinfonia di quadrati di diverse dimensioni dalla cui proporzione nasce il disegno.
Deve passare attraverso l’aria respirata dalla terra natale, un’estetica così connaturata al vuoto, al bianco, tanto la sua presenza e la sua consapevolezza domina e controlla la bellezza dell’atto.
Nella variazione delle misure delle singole toppe di carta, si crea un graticcio di finestre sottili, di buchi attraversati dal respiro e dagli aliti, una tramatura intessuta di vento, che comprende il passaggio, la complicità della luce. Aria e sole partecipano all’opera, completano queste gigantesche ali d’insetto, queste evocazioni concrete e sintetiche di gangli cerebrali, di celle e particelle mnemoniche che conservano e intersecano gli eventi vissuti e cancellano alcune cose nella sovrapposizione, nella scelta continuamente riveduta di quanto vogliamo conservare, ricordare.
Pur provenendo da percorsi differenti, le due artiste in mostra sembrano imparentate nella suggestione estetica verso ciò che è interno, segreto, per il calcolo impossibile che pone la matematica nell’astrazione e per l’imparzialità visiva che alberga il disegno scientifico nell’arte.
Entrambe interpretano in chiave geometrica e poetica l’orditura della mente, il paese del raziocinio e del sentimento, le forme del pensiero e il loro andamento e danno alla presenza del vuoto un posto a capo della tavola. E’ un amoroso rapporto con lo spazio, a cui l’arte da sempre regala nuovi mondi, nuovi sensi e figure, un dialogo ininterrotto, una relazione d’equilibrio dove il luogo non debba essere sopraffatto ma sedotto.
2008

